lunedì 5 maggio 2014

Materassi memory foam offerte dormicisu

Materassi memory foam
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Conosciuti anche come materassi viscoelastici, i memory foam presentano la caratteristica di prendere la forma del nostro corpo, garantendo una migliore distribuzione del peso e quindi del riposo. Leggi la nostra guida per conoscerne le caratteristiche, le tipologie e come scegliere i migliori memory foam in base a criteri di qualità, prezzo, offerte e corretta informazione per il consumatore.

Caratteristiche

Il materasso memory foam è composto di due strati di materiale sovrapposto, uno termosensibile e uno sottostante di tipo indurente, costituito di poliuretano espanso, questa sua caratteristica, quella cioè di essere una sostanza a metà tra un liquido e un solido, permette al memory foam di adattarsi perfettamente alla forma del corpo senza esercitare alcuna pressione.

Esso ha infatti la capacità di memorizzare le linee del corpo, in particolare quelle della schiena, riempiendo ogni vuoto e riuscendo a tornare esattamente nella posizione iniziale, senza subire danni o deformazioni permanenti. L’origine di questa sua proprietà sta nel suo essere un materiale termosensibile, la cui durezza o morbidezza dipende prevalentemente dal tipo di temperatura a cui viene sottoposto: il memory indurisce a basse temperature e si ammorbidisce a temperature più alte.

Questo significa che con il calore e il peso del corpo, tenderà man mano a conformarsi al calco della persona, lasciandola in uno stato di sospensione, come se stesse galleggiando. Soprattutto, questo materiale ha la particolarità di ridurre la spinta gravitazionale ponendo la persona in una posizione comoda a tal punto che non sono più necessari i vari movimenti che solitamente si fanno per trovare la posizione migliore per dormire. Vediamo quali sono i vantaggi di questi prodotti:

Si deformano con il calore del corpo
Essendo termosensibili si deformano, e dunque si adeguano in base al calore del corpo, per poi tornare nella posizione iniziale quando non c’è più carico e quindi calore.
Si adattano alla colonna vertebrale
Il particolare materiale viscoelastico con cui vengono realizzati ha il pregio e dunque la qualità di adattarsi perfettamente alla linea della colonna vertebrale, senza lasciare vuoti e soprattutto riducendo al minimo ogni spinta gravitazionale.
Mantengono stabile la temperatura del corpo
Pur essendo di origine sintetica, non ostacolano la naturale traspirazione della pelle. Al contrario, la loro particolare struttura in piccolissimi fori traspiranti, permette all’aria di fluire liberamente e di eliminare l’umidità in eccesso. In questo modo il materasso è sempre fresco e soprattutto è in grado di regolare la temperatura del corpo mantenendola stabile.
Hanno una lunga durata
Sono i più duraturi in commercio, a patto però che i materiali utilizzati siano di prima qualità. Il primo strato, quello termosensibile, ha di solito una densità superiore che lo rende molto resistente. Il secondo strato invece, quello indurente perché possa resistere all’usura deve essere di ottima qualità ed avere una buona densità.

Uno degli svantaggi di questo prodotto è sicuramente la non possibilità di muoversi facilmente durante il sonno per cambiare posizione. Infatti rispetto a modelli come quelli in lattice o a molle, questi sono privi di elasticità. Tuttavia la sua particolare viscosità e densità rende inutile i cambi di posizione frequenti, in quanto un prodotto di questo tipo è in grado fin da subito di farci assumere una posizione comoda.

Un altro svantaggio che può essere attribuito ad esso è la non possibilità di utilizzare delle termocoperte. Come è stato già più volte detto, questo prodotto si deforma in base al calore del corpo, assumendo la perfetta forma della persona. L’utilizzo di termocoperte andrebbe ad aggiungere al corpo dell’ulteriore calore e il materasso si deformerebbe in modo diverso dalla forma della persona.

Sempre per quanto concerne il discorso sul calore, va precisato che i migliori prodotti di questo tipo, cioè quelli più confortevoli e in grado di seguire le forme del nostro corpo, sono di contro anche quelli più caldi, e questo se inverno può essere piacevole in estate lo è sicuramente di meno, per quanto il memory sia un materiale termosensibile e quindi in grado di stabilizzare la temperatura corporea.

Sono disponibili modelli realizzati in materiale sintetico e modelli in materiale naturale. Rispetto ai primi, i naturali sono sicuramente più innovativi, ed essendo più resistenti al cambiamento climatico, garantiscono anche un maggior comfort. I memory foam differiscono anche per forma. Solitamente, sia naturali che di soya, presentano un interno lineare, ma in commercio è possibile trovare anche modelli sagomati differentemente, in grado di offrire un maggior comfort al riposo.
Come scegliere

La scelta per condurci all’acquisto del miglior prodotto deve seguire alcuni criteri in modo da assicurarci l’acquisto di un prodotto di qualità a garanzia di un buon riposo e di una lunga durata nel tempo. Per garantirci un riposo comodo è necessario che sia alto almeno 20 cm e che lo strato superiore del memory abbia uno spessore pari a 6 cm. In questo modo oltre a dormire comodi, lo strato inferiore, quello in poliuretano, sarà in grado di separare adeguatamente la rete dal materasso.

I memory foam, infatti, a differenza dei prodotti in lattice e a molle, sono molto sensibili al tipo di rete utilizzata, per questo motivo è opportuno valutare anche il tipo di rete sui cui il materasso andrà ad appoggiare, in modo che questa non influisca sulla posizione assunta dalla persona.

Oltre il materasso, è buona norma acquistare anche, in abbinamento, un buon cuscino. Anche in questo caso la scelta migliore è un cuscino in memory foam in grado quindi di adeguarsi perfettamente alla forma della nostra testa senza esercitare gravose pressioni.


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Gli acari: nemici invisibili dell'igiene e della salute

Gli acari: nemici invisibili dell'igiene e della salute

#acari #allergia #materasso #anallergico

Negli ultimi vent'anni si è registrato un notevole aumento di patologie allergiche. In particolare, l'allergia agli acari della polvere rappresenta una patologia di rilievo sociale. Gli acari (dermatophagoides pteronyssinus e dermatophagoides farinae) sono microorganismi invisibili a occhio nudo, misurano circa 0,3 micron (3 millesimi di millimetro), e si concentrano in numero da 10 a 1000 per grammo di polvere.

Non si vedono, non si sentono, non pungono ma sono una delle principali cause dell'allergia respiratoria.
Gli elementi allergizzanti sono i loro escrementi, le uova deposte e le secrezioni ghiandolari che, liberandosi nell'aria, vengono inalati.
Un parametro ambientale molto importante per lo sviluppo degli acari è il valore dell'umidità relativa, infatti se l'umidità relativa è inferiore al 60% gli acari si sviluppano con maggior difficoltà. I più comuni sono chiamati "acari della polvere" ed hanno il loro habitat permanente nell'ambiente domestico; i luoghi più frequentati dagli acari sono il materasso, le coperte, le tende, i tappeti, i guanciali, i peluches e i libri lasciati esposti all'aria.

Nei materassi, gli acari si cibano dei piccoli frammenti di pelle e di forfora prodotta dal normale ricambio fisiologico notturno.
La temperatura e l’umidità prodotta dal sudore rappresentano condizioni che ne favoriscono la crescita.
Di conseguenza, diminuire la concentrazione degli acari nell’ambiente è il primo intervento per ridurre i disturbi e le patologie allergiche.

Allergia agli acari della polvere: sintomi, diagnosi e cura

L'allergia agli acari è una delle forme allergiche più diffuse. Gli acari sono responsabili di circa il 75% delle allergie respiratorie e possono provocare disturbi in qualsiasi momento dell'anno.
Sintomi

La manifestazione dell'allergia agli acari della polvere può variare: può essere lieve o grave.
La reazione allergica, causata dall'inalazione dei resti di acari morti e delle loro defecazioni, si può manifestare con sintomi soprattutto respiratori (rinite e/o asma). Talvolta, compaiono anche arrossamento/gonfiore agli occhi, lacrimazione, fastidio alla luce, senso di malessere generale, debolezza e stati di ansia. Gli allergeni causano il rilascio di istamina che provoca congestione nasale, gonfiore e irritazione delle vie respiratorie superiori.
I sintomi dell'allergia agli acari della polvere possono comparire simultaneamente oppure in fasi successive:

Sintomi causati da infiammazione delle vie nasali:
rinite: ostruzione nasale, starnuti (in rapida successione), naso che cola (rinorrea);
congiuntivite: lacrimazione, arrossamento, prurito, gonfiore e irritazione agli occhi;
prurito al naso, al palato o alla gola.
Sintomi associati ad asma e difficoltà respiratorie:
oppressione toracica;
respirazione sibilante (fischio udito in fase di espirazione);
tosse secca;
difficoltà di respirazione (soprattutto durante il sonno o in fase di sforzo fisico);
disturbi del sonno a causa della mancanza di respiro, tosse o dispnea.

In alcuni casi, l'allergia agli acari può provocare:

eczema atopico, arrossamento, eruzioni cutanee;
arrossamento cutaneo e prurito a livello del viso e del cuoio capelluto.

I disturbi del sonno e lo stato di affaticamento permanente, causati dall'allergia agli acari, possono influenzare negativamente le attività quotidiane, scolastiche e professionali, andando ad incidere negativamente sulla qualità della vita.
Come distinguere l'allergia agli acari della polvere da un normale raffreddore?

Alcuni segni e sintomi dell'allergia sono piuttosto simili a quelli di un comune raffreddore. L'inverno è un periodo dell'anno in cui la comparsa della sintomatologia può indurre confusione nel soggetto allergico. Alcuni semplici fattori, che contribuiscono a distinguere una rinite allergica da un'affezione virale delle vie aeree, sono:

la persistenza prolungata dei sintomi: un raffreddore non dura diverse settimane;
i sintomi diventano più evidenti in particolari situazioni (esempio: permanenza in ambienti non opportunamente aerati).

Il sospetto che sia in atto una reazione allergica può essere confermata mediante visita medica, eseguendo test cutanei e gli esami del sangue.
Cosa può peggiorare i sintomi?

Scarsa ventilazione degli ambienti;
Alto tasso di umidità;
Alte temperature (superiori ai 20-21°C);
Inquinamento dell'aria (fumo di tabacco o gas prodotti dall'auto);
Tutte le operazioni che consentono alle feci secche degli acari della polvere di disperdersi nell'aria, esponendo maggiormente il soggetto allergico: camminare su un tappeto, sedersi su una sedia o scuotere la biancheria del letto.

Allergie crociate

Un paziente allergico agli acari può anche presentare reattività crociata con certi alimenti.
L'allergia agli acari può provocare una reazione con:

Crostacei, mitili e molluschi (gamberetti, aragosta...);
Lumaca di terra e di mare;
Tyrophagus putrescentiae (acaro delle derrate alimentari, si possono trovare allergeni in grano, farina, prosciutti, formaggi e coltivazioni di funghi);
Blatta.

Allergia agli acari della polvere: come viene diagnosticata?

Il sospetto di allergia agli acari della polvere può essere confermato sulla base dei sintomi e con l'identificazione dell'allergene coinvolto. Per definire la diagnosi, è necessario eseguire una serie di accertamenti:

Anamnesi: il medico può ricostruire la storia clinica personale e familiare del paziente, oltre a formulare specifiche domande sulla sintomatologia;
Visita allergologica specialistica: per valutare eventuali segni clinici presenti;
Test cutanei: esami di prima scelta per la diagnosi delle allergie. In particolare, il Prick test permette di individuare la maggior parte degli allergeni. Consiste nell'applicare una goccia di estratto dell'allergene, in genere sull'avambraccio, e successivamente nel pungere la zona con un apposito ago. Se la persona è allergica, si manifesta un pomfo entro breve tempo (la cute appare rilevata, arrossata e si avverte prurito).
Analisi del sangue: il RAST test (o dosaggio delle IgE specifiche) evidenzia la reazione degli anticorpi rivolti verso una particolare sostanza e fornisce un'indicazione sul grado di sensibilità del paziente rispetto all'esposizione all'allergene. Serve a confermare il risultato del Prick test.

Curare L'allergia - I trattamenti "sintomatici" e l'immunoterapia specifica

Il primo trattamento utile per controllare le reazioni allergiche provocate dagli acari della polvere consiste nell'evitare o minimizzare il più possibile l'esposizione all'allergene. Tuttavia, è impossibile eliminare completamente gli acari della polvere dal proprio ambiente.
Per controllare i sintomi dell'allergia agli acari si può invece contare su diversi farmaci come:

Antistaminici: contrastano la formazione dell'istamina prodotta dal sistema immunitario, sostanza attiva durante la reazione allergica. Questi farmaci consentono di alleviare sintomi come prurito, starnuti e naso che cola.
Corticosteroidi locali (spray nasali): possono ridurre i sintomi associati all'infiammazione.
Decongestionanti: possono essere utilizzati temporaneamente per fornire rapido sollievo alla congestione nasale.
Antileucotrienici (in caso di asma): bloccano l'azione di alcune sostanze chimiche del sistema immunitario. Questi farmaci, assunti per via orale, alleviano i sintomi delle allergie come la congestione nasale.
Cromoni: prevengono il rilascio di istamina e di altre sostanze chimiche da parte del sistema immunitario.

I risultati della diagnosi possono favorire la messa a punto di un trattamento di desensibilizzazione nei confronti dell'allergene (il cosiddetto "vaccino"). Questo protocollo si sviluppa in due fasi. In un primo tempo, si somministrano dosi minime e crescenti di allergene (per via sublinguale o sottocutanea). L'obiettivo di questa prima fase consiste nel riabituare il sistema immunitario a rimanere insensibile all'esposizione agli acari della polvere (durata 3-6 mesi). La successiva fase di mantenimento prevede l'assunzione di una dose quotidiana di preparato, per almeno 3-5 anni consecutivi.

Il trattamento di desensibilizzazione è potenzialmente in grado di ridurre in maniera significativa l'allergia agli acari della polvere, fino a farla scomparire, ma deve essere seguito con estrema costanza.

Allergia agli acari - Rimedi e Prevenzione
Rimedi e Prevenzione

Allergia agli acari - Rimedi e Prevenzione

Gli acari ed i loro derivati sono responsabili di una delle più importanti reazioni allergiche perenni. Nei soggetti predisposti, l'allergia agli acari della polvere si manifesta con infiammazione alle vie respiratorie, affezioni agli occhi e dermatiti. Allergia acari, igienizzazioneQuesta reazione anomala del sistema immunitario è generata dal contatto con diversi allergeni prodotti durante il ciclo vitale del microscopico animale: enzimi digestivi, defecazioni e secrezioni prodotte durante la muta e l'accoppiamento.
Le due specie di acari più comuni sono il Dermatophagoides pteronyssinus e il Dermatophagoides farinae, entrambi diffusi in tutto il mondo. Nelle nostre abitazioni, i Dermatofagoidi vivono nella polvere e nei luoghi dove possono insediarsi (materasso, coperte, tende, tappeti, cuscini, peluches ecc.). Un acaro produce da 6 a 40 pallottoline fecali al giorno: ognuna di queste contiene circa 0,2 ng di allergene. Altre sostanze allergizzanti sono proteine presenti nel corpo dell'animale (cuticola, ghiandole sessuali, secrezioni varie) e nelle feci. Questi allergeni possono fluttuare facilmente nell'aria e, quando ricadono, depositarsi sugli oggetti di uso comune, quindi essere inalati.
Come eliminare gli acari?

Premesso che non è possibile sterminare gli acari della polvere, esistono diverse misure preventive per ridurre efficacemente gli allergeni nell'ambiente domestico e controllare così l'allergia provocata da queste sostanze.

Le migliori strategie anti-acaro sono quelle che agiscono sulle condizioni di sussistenza fondamentali degli organismi incriminati:

Gli acari vivono bene a temperature superiori ai 20°C.

Se la temperatura è inferiore ai 16°C, il loro ciclo vitale si riduce a circa 34 giorni. Tuttavia, gli acari sopravvivono, anche se a fatica, fino a 0°C.

L'umidità relativa tra il 60% e l'80% favorisce la proliferazione degli acari

Uno dei principali fattori limitanti lo sviluppo della colonia è la disponibilità di acqua (per assorbimento): se l'umidità relativa scende sotto il 50-55% e l'ambiente è secco, l'acaro si disidrata e muore. La strategia migliore consiste nell'utilizzo di condizionatori (nei mesi estivi) e di deumidificatori (in inverno), impostando il valore di umidità a 50%.

Assenza di raggi solari

Gli acari sono fotofobici (muoiono se esposti alla luce solare).

Altre considerazioni:

Tende, mobili imbottiti, tappezzerie di velluto, peluches ecc. fungono da serbatoio per gli acari. I piumoni, le lenzuola e i materassi sono i luoghi preferiti per il loro insediamento.
La dieta degli acari della polvere è varia. La fonte primaria di cibo è costituita da piccole squame cutanee, forfora e peli. Tuttavia, i nutrienti necessari per l'acaro possono essere forniti anche da funghi, muffe, alcuni tipi di batteri, frammenti di insetti, alimenti per animali domestici, briciole ecc. In pratica, cercare di eliminarli togliendo loro il cibo è impossibile.
Il ciclo vitale uovo-animale adulto dura circa 30 giorni. Un acaro adulto può vivere da uno a tre mesi. Le femmine sono in grado di deporre anche 1-3 uova al giorno, rinnovando continuamente la colonia. Ciò significa che, se un trattamento utilizzato per uccidere gli acari non è efficace al 100%, dopo circa un mese si ristabilisce la situazione iniziale.

Misure di prevenzione per il paziente allergico agli acari della polvere

Nel trattamento dell'allergia agli acari della polvere, l'impegno nell'adottare le varie misure descritte è importante per raggiungere i seguenti obiettivi:

Ridurre la gravità dei sintomi;
Diminuire la necessità di ricorrere a terapie farmacologiche;
Prevenire le riacutizzazioni ed evitare il peggioramento delle reazioni allergiche;
Prevenire l'insorgenza della malattia nei soggetti predisposti (esempio: bambini con genitori allergici).

Misure ambientali generiche

Fare il possibile per non creare umidità negli ambienti domestici:
Evitare di stendere i panni bagnati all'interno della casa, per non aumentare il grado di umidità interna;
Arieggiare frequentemente i locali dell'abitazione, prevalentemente al mattino (almeno 20 minuti al giorno);
Non lasciare che il vapore prodotto dalla doccia o dal bagno si disperda in altri locali, aprendo le finestre per eliminarlo; tenere la porta della cucina chiusa e una finestra leggermente aperta, mentre si prepara un pasto caldo;
Utilizzare un deumidificatore può essere utile in alcune stanze con umidità molto elevata (seminterrati, locali al pianterreno o esposti a nord etc.).
Non ricorrere ad umidificatori, in quanto, aumentando il livello di umidità relativa, favoriscono la proliferazione degli acari.
Mantenere una temperatura ragionevole tra i 18 e i 20°C, soprattutto nelle stanze da letto, dimora prediletta degli acari.
Ridurre il numero di soprammobili, poiché accumulano polvere. Preferire un arredamento semplice e facile da pulire. Evitare librerie aperte, poltrone e divani imbottiti. Eliminare moquette, tappeti e tendaggi complicati.
Usare fodere sintetiche antiallergiche, cambiandole ogni settimana e lavandole a 60°C. Anche le lenzuola vanno cambiate con la medesima frequenza e lavate con la stessa modalità.
Prediligere materassi e guanciali in lattice, materiale che consente una buona traspirazione, senza essere permeabile alla polvere. Materassi, cuscini, coperte di lana e piumoni vanno esposti alla luce diretta del sole quotidianamente (per alcune ore) e battuti vigorosamente in un luogo aperto (almeno una volta alla settimana). Lavare le tende, le coperte, i cuscini ecc. a 60°C, almeno ogni due mesi.
Evitare di lasciare abiti in giro per la stanza da letto, poiché tendono a raccogliere la polvere. Meglio riporli in un armadio dopo averli spazzolati con cura all'aria aperta. Evitare di cambiarsi le scarpe in camera.
Pulire ogni giorno, utilizzando un panno umido, che è in grado di raccogliere una buona parte dei parassiti, partendo dalla superficie più alte e non trascurando gli angoli.
Pulire i pavimenti con un panno elettrostatico in grado di catturare la polvere senza sollevarla. Successivamente, raccogliere eventuali residui di dimensioni più grandi con la scopa e infine lavare il pavimento con cura. Se si vuole usare l'aspirapolvere, meglio scegliere modelli dotati di un sistema di filtraggio ad acqua o Hepa.
I peli dei peluches sono in grado di trattenere una quantità elevata di acari. In caso di allergia, meglio non tenerli in casa. Lavarli ogni settimana in lavatrice, a temperature superiori a 60°C.
Il fumo di tabacco rappresenta una fonte di inquinamento. Evitare anche l'uso di insetticidi e vernici che rappresentano fattori irritativi per il soggetto allergico.
Ridurre il numero delle piante ornamentali in casa, poiché favoriscono lo sviluppo di muffe.
Collocare il letto lontano dai caloriferi, in quanto il calore emesso provoca un movimento di aria e di polvere. Pulire periodicamente i termosifoni con cura e nelle case dotate di aria condizionata applicare filtri da cambiare frequentemente.

Questa serie di indicazioni può essere utile anche per i pazienti:

Con allergia agli animali domestici: la forfora e il pelo rimangono dispersi nell'aria e tendono ad accumularsi nelle stesse zone dove s'insidiano gli acari;
Con dermatite atopica (eczema): l'esposizione agli acari e ai loro metaboliti può aggravare la patologia dermatologica con modalità indipendenti dall'allergia.

Nota. Aspirapolvere con filtri HEPA.
Gli aspirapolvere a sacchetto o ad aria rimettono in circolazione nell'ambiente parte degli allergeni rendendoli così respirabili. Il "vapore secco" (150°C) riesce a penetrare in profondità e può eliminare una parte degli allergeni, ma il suo utilizzo non è consigliato su tappeti e materassi, in quanto le fibre trattengono l'umidità favorendo lo sviluppo incontrollato degli acari. Gli aspirapolveri dotati di filtri HEPA (High Efficiency Particulate Arrestance) sembrano essere efficaci nel ridurre la concentrazione delle particelle allergizzanti nell'ambiente ed evitano di disperdere gli acari nell'aria durante le pulizie. Questi aspiratori sono grado di trattenere il 99,5% circa delle particelle di 0,3 micron. Tuttavia, il costo di questi aspiratori resta spesso elevato e i risultati ancora controversi.
Misure complementari

Tessuti barriera anti-acaro

Le coperture anti-acaro sono speciali fodere (coprimaterasso, copricuscino, copripiumino) che evitano la diretta esposizione agli allergeni degli acari. Per essere efficaci queste fodere devono:

Essere realizzate con tessuti impermeabili e traspiranti;
Avvolgere completamente il materasso, il cuscino, le trapunte o il piumone;
Se nella stanza sono presenti altri letti, è opportuno ricoprire tutti i materassi e i cuscini con lo stesso tessuto barriera.

Misure specifiche

Prodotti chimici: acaricidi e denaturanti proteici

Se le manifestazioni allergiche diventano molto intense, è possibile ricorrere a sostanze chimiche per distruggere gli acari. In genere, i preparati sono disponibili sotto forma di spray e hanno diversi meccanismi d'azione: alcuni agiscono direttamente sugli acari, mentre altri rendono inoffensivi gli allergeni. Questi prodotti possono essere utilizzati su materassi, guanciali, coperte, tappeti, moquette, interni di auto ecc. Dopo l'applicazione è necessario rimuovere gli acari morti (ancora in grado di scatenare reazioni allergiche) e la polvere. La loro efficacia è influenzata dal loro corretto uso (quantità, tempo d'azione e penetrazione in profondità).
I prodotti chimici disponibili sul mercato sono principalmente di 2 tipi:

Acaricidi: sono sostanze chimiche in grado di eliminare gli acari. Solo alcuni possiedono approvata attività acaricida e sono dotati di adeguate prove sulla sicurezza di impiego, tra questi il più usato è il benzoato di benzile. Gli acaricidi sono utili se usati regolarmente e se abbinati ad altre misure di prevenzione: gli acari morti e i loro prodotti di decomposizione sono comunque in grado di scatenare reazioni. La durata della loro efficacia resta limitata a 3-6 mesi.
Denaturanti proteici: non sono in grado di uccidere gli acari, ma esercitano la loro attività denaturando le proteine allergeniche degli acari. La loro efficacia è ancora dubbia. Un esempio di prodotto denaturante è l'acido tannico, in grado di neutralizza gli allergeni della polvere.

Altre sostanze utilizzate sono:

Miscela di polifenoli e derivati benzilici: degrada gli allergeni contenuti nella polvere;
Phirimiphos-metile: è un composto che agisce per contatto. Può essere irritante per le mucose e per la pelle.
Miscela di acido benzoico, terpinolo, timolo ed essenze naturali: azione battericida e fungicida. Agisce indirettamente sulla concentrazione degli acari.

Come monitorare la concentrazione ambientale di allergeni?

Per controllare i risultati ottenuti dalla bonifica ambientale, sono disponibili diversi kit per la misura della concentrazione allergica nell'ambiente domestico, che si basano sui seguenti metodi:

Dosaggio indiretto della quantità di acari: viene determinata la quantità di guanina, un tipico prodotto metabolico dell'acaro in un campione di polvere. Questo test fornisce un'indicazione approssimativa sulla concentrazione ambientale dell'allergene.
Dosaggio diretto della quantità di allergene maggiore mediante ELISA (test immunoenzimatico), che utilizza anticorpi specifici verso gli allergeni degli acari.

Considerazioni finali

L'allergia agli acari della polvere rappresenta indubbiamente una patologia di rilievo, soprattutto per le reazioni che provoca a livello delle vie respiratoria. Esistono molteplici possibilità per prevenire e ridurre l'esposizione agli allergeni. Il paziente può conciliare le proprie esigenze mantenendo un ambiente domestico pulito e accogliente, oltre a beneficiare di una migliore qualità della vita.



La migliore (e la peggiore) posizione per dormire

La migliore (e la peggiore) posizione per dormire
#dormire #sonno

Una domanda molto interessante e intelligente che mi e’ stata fatta ultimamente e’ “Quale e’ la migliore posizione per dormire bene?“.Come spiego anche nell’ebook “Il Buon Sonno” ci sono diversi fattori da considerare per dormire bene e risvegliarsi veramente freschi e riposati.

Fattori come l’alimentazione, l’esposizione alla luce solare, l’attività fisica intesa semplicemente come la quantità di movimento che fai ogni giorno e cosi via.

E’ importante tuttavia anche conoscere le migliori posizioni per dormire, perché se prendiamo l’abitudine di dormire in una posizione sbagliata rischiamo di riposare poco e svegliarci stanchi e doloranti.
La posizione per dormire da evitare:

Ho scelto di iniziare con queste perché penso che e’ importante prima di tutto capire dove sbagliamo e correggere i nostri errori.

- Dormire a pancia in giù

Se non vuoi rovinarti il sonno e riposare male devi evitare di dormire a pancia in giù. Questa posizione favorisce il reflusso gastroesofageo, non ci permette di respirare bene, appiattisce la curva naturale della colona vertebrale causando dolori alla schiena, carica di tensione il collo, comprime lo stomaco, i muscoli e le articolazioni, può anche favorire il russamento e altri disturbi del sonno.

Purtroppo la maggior parte della gente dorme cosi e se e’ anche il caso tuo sicuramente cambiare posizione non sara’ facile, sappi pero’ che la maggior parte delle volte tendiamo a girarci e rigirarci per trovare la posizione giusta perché non siamo rilassati.

Cerca quindi di rilassare la mente ed il corpo prima di andare a dormire, meditando, oppure facendo qualche semplice esercizio di respirazione.
La posizione migliore:

C’e’ chi dice che dormire di lato sia una buona posizione per dormire, tuttavia io la sconsiglierei e la aggiungerei fra le posizioni da evitare, a meno che tu non soffra di reflusso, bruciori di stomaco o acidità ecco, in quel caso sarebbe utile dormire sul lato sinistro.

Altrimenti e’ sconsigliabile perché questa posizione fa pressione sul fegato, lo stomaco e i polmoni inoltre chi dorme cosi spesso schiaccia il braccio bloccando la circolazione e al mattino se lo ritrova tutto intorpidito.

L’unico ulteriore caso in cui potrebbe portare dei benefici e quindi sarebbe consigliabile e in gravidanza, perché migliora la circolazione favorendo il benessere sia del bimbo che della mamma.

- Dormire sulla schiena e la posizione migliore

Ebbene si, questa e’ la posizione migliore, sulla schiena a pancia in su.

E la posizione perfetta per la salute ed il benessere della nostra colona vertebrale. Ci permette di evitare inutili dolori di schiena, contratture muscolare e contrasta il reflusso gastro esofageo.

Il cuscino giusto

Per questa posizione supina si dovrebbe usare un cuscino morbido e basso che eviti uno piegamento smisurato della testa in avanti.

Se invece (per qualsiasi ragione sia) ti trovi a dormire di lato il cuscino in questo caso dovrebbe essere un po’ più alto e rigido, capace di coprire la distanza fra la spalla e la testa appoggiata sul cuscino.

Al di la delle posizioni, del sonno in se e della sua durata, quello che conta quando dormiamo e’ quanto ci riposiamo e per riposare bene e’ necessario capire bene come funziona il sonno.


 Foto: La migliore (e la peggiore) posizione per dormire #dormire #sonno   Una domanda molto interessante e intelligente che mi e’ stata fatta ultimamente e’ “Quale e’ la migliore posizione per dormire bene?“.Come spiego anche nell’ebook “Il Buon Sonno” ci sono diversi fattori da considerare per dormire bene e risvegliarsi veramente freschi e riposati.   Fattori come l’alimentazione, l’esposizione alla luce solare, l’attività fisica intesa semplicemente come la quantità di movimento che fai ogni giorno e cosi via.  E’ importante tuttavia anche conoscere le migliori posizioni per dormire, perché se prendiamo l’abitudine di dormire in una posizione sbagliata rischiamo di riposare poco e svegliarci stanchi e doloranti. La posizione per dormire da evitare:  Ho scelto di iniziare con queste perché penso che e’ importante prima di tutto capire dove sbagliamo e correggere i nostri errori.  - Dormire a pancia in giù  Se non vuoi rovinarti il sonno e riposare male devi evitare di dormire a pancia in giù. Questa posizione favorisce il reflusso gastroesofageo, non ci permette di respirare bene, appiattisce la curva naturale della colona vertebrale causando dolori alla schiena, carica di tensione il collo, comprime lo stomaco, i muscoli e le articolazioni, può anche favorire il russamento e altri disturbi del sonno.  Purtroppo la maggior parte della gente dorme cosi e se e’ anche il caso tuo sicuramente cambiare posizione non sara’ facile, sappi pero’ che la maggior parte delle volte tendiamo a girarci e rigirarci per trovare la posizione giusta perché non siamo rilassati.  Cerca quindi di rilassare la mente ed il corpo prima di andare a dormire, meditando, oppure facendo qualche semplice esercizio di respirazione. La posizione migliore:  C’e’ chi dice che dormire di lato sia una buona posizione per dormire, tuttavia io la sconsiglierei e la aggiungerei fra le posizioni da evitare, a meno che tu non soffra di reflusso, bruciori di stomaco o acidità ecco, in quel caso sarebbe utile dormire sul lato sinistro.  Altrimenti e’ sconsigliabile perché  questa posizione fa pressione  sul fegato, lo stomaco e i polmoni inoltre chi dorme cosi spesso schiaccia il braccio bloccando la circolazione e al mattino se lo ritrova tutto intorpidito.  L’unico ulteriore caso in cui potrebbe portare dei benefici e quindi sarebbe consigliabile e in gravidanza, perché migliora la circolazione favorendo il benessere sia del bimbo che della mamma.  - Dormire sulla schiena e la posizione migliore  Ebbene si, questa e’ la posizione migliore, sulla schiena a pancia in su.  E la posizione perfetta per la salute ed il benessere della nostra colona vertebrale. Ci permette di evitare inutili dolori di schiena, contratture muscolare e contrasta il reflusso gastro esofageo.  Il cuscino giusto  Per questa posizione supina si dovrebbe usare un cuscino morbido e basso che eviti uno piegamento smisurato della testa in avanti.  Se invece (per qualsiasi ragione sia) ti trovi a dormire di lato il cuscino in questo caso dovrebbe essere un po’ più alto e rigido, capace di coprire la distanza fra la spalla e la testa appoggiata sul cuscino.  Al di la delle posizioni, del sonno in se e della sua durata, quello che conta quando dormiamo e’ quanto ci riposiamo e per riposare bene e’ necessario capire bene come funziona il sonno.

Cosa succede alla nostra schiena quando ci mettiamo a letto?

Cosa succede alla nostra schiena quando ci mettiamo a letto?

#lombalgia #maldischiena #letto #sonno

Una cosa che non molti sanno è che al mattino appena alzati siamo più alti di 1-2 centimetri rispetto alla sera quando siamo andati a letto: questo succede perché la colonna vertebrale, oltre che essere fatta da ossa, le vertebre appunto, è costituita anche dai cosiddetti dischi intervertebrali, degli ammortizzatori idraulici frapposti tra le singole vertebre. Al mattino i dischi sono pieni di acqua, che espellono in gran parte sin dalle prime ore della giornata; i dischi poi si riempiono nuovamente durante la notte, provocando la crescita mattutina, ma causando anche una messa in tensione di tutte le strutture della schiena.
E questo cosa provoca?

Al mattino le strutture entrano in qualche modo in tensione: ecco quindi spiegato perché siamo in generale più rigidi con la schiena, ecco perché se restiamo a letto di più ci viene mal di schiena, ed ecco spiegato anche perché al mattino la nostra schiena è più delicata. E' infatti stato dimostrato da alcuni studi che la maggior parte dei mal di schiena, circa il 50%, comincia proprio in questo periodo della giornata, quando conviene fare più precauzione sia con gli sforzi sia con le posizioni scorrette.

Se ci viene mal di schiena, appena alzati, cosa dobbiamo fare?

Mettersi a letto non è utile per il mal di schiena, e ne rallenta la guarigione. Di certo, in alcuni momenti può servire per calmare il dolore, ma esattamente come gli antinfiammatori, che tolgono il dolore ma hanno degli effetti collaterali perché fanno venire mal di stomaco, mettersi a letto a volte dà solo un beneficio a breve termine perché calma i fastidi.

Se ho un forte dolore, esiste una posizione migliore di altre?

In realtà no, perché qualunque posizione a letto di norma dà sollievo per qualche minuto, ma poi non la si riesce più a sopportare. Questo perché la schiena vive bene in movimento, mentre stando ferma soffre in ogni caso. Quindi la prima cosa da fare anche in caso di mal di schiena acuto è variare spesso la posizione a letto. Gli elementi da usare sono dei cuscini, che si possono inserire sotto la testa, sotto le gambe o sotto la schiena per cercare di ottenere la posizione più confortevole, sia su un fianco che a pancia in giù o a pancia in su.
Se semplicemente voglio prevenire il mal di schiena, in che posizione mi devo mettere a letto?

Pensare di cambiare la posizione naturale del sonno di ciascuno di noi è veramente assurdo. Prima di tutto perché nel sonno ci muoviamo spontaneamente e cambiamo spesso posizione, secondo perché non esiste proprio una posizione a letto migliore di altre. Tutte hanno i loro pregi e difetti: il problema principale è che gli "attrezzi" per dormire siano corretti per la posizione preferenziale che si adotta.
Veniamo allora proprio a questo punto: il cuscino deve essere usato? Il materasso deve essere rigido?

Ognuna di queste risposte si basa su un po' di buon senso e sulla posizione preferenziale nel sonno di ciascuno di noi. Il concetto fondamentale è che la colonna deve restare possibilmente abbastanza allineata: il corpo non deve essere respinto da un materasso troppo rigido, né deve sprofondare in un letto con la rete sfondata. Quindi, il primo punto è un materasso di una buona consistenza ma che ceda leggermente sotto il nostro corpo, con una rete in ordine che invece non ceda.
Il cuscino è un aiuto essenziale per il collo, quindi deve riempire gli spazi tra collo/testa e materasso. Non deve respingere la testa, portandola in flessione in avanti se è troppo alto e dormiamo a pancia in alto, o spingendola di lato se dormiamo sul fianco, ma non deve neanche consentire alla testa di cadere indietro o di fianco se è troppo basso.
Quale consiglio per non avere mal di schiena durante la notte?

Controllare bene quello che si fa durante il giorno: le posture corrette, i movimenti corretti, e come sempre fare attività fisica con regolarità sotto una buona guida esperta. E se il dolore c'è già, rivolgersi ad un esperto di mal di schiena.


 Foto: Cosa succede alla nostra schiena quando ci mettiamo a letto?  #lombalgia #maldischiena #letto #sonno   Una cosa che non molti sanno è che al mattino appena alzati siamo più alti di 1-2 centimetri rispetto alla sera quando siamo andati a letto: questo succede perché la colonna vertebrale, oltre che essere fatta da ossa, le vertebre appunto, è costituita anche dai cosiddetti dischi intervertebrali, degli ammortizzatori idraulici frapposti tra le singole vertebre. Al mattino i dischi sono pieni di acqua, che espellono in gran parte sin dalle prime ore della giornata; i dischi poi si riempiono nuovamente durante la notte, provocando la crescita mattutina, ma causando anche una messa in tensione di tutte le strutture della schiena. E questo cosa provoca?  Al mattino le strutture entrano in qualche modo in tensione: ecco quindi spiegato perché siamo in generale più rigidi con la schiena, ecco perché se restiamo a letto di più ci viene mal di schiena, ed ecco spiegato anche perché al mattino la nostra schiena è più delicata. E' infatti stato dimostrato da alcuni studi che la maggior parte dei mal di schiena, circa il 50%, comincia proprio in questo periodo della giornata, quando conviene fare più precauzione sia con gli sforzi sia con le posizioni scorrette.  Se ci viene mal di schiena, appena alzati, cosa dobbiamo fare?  Mettersi a letto non è utile per il mal di schiena, e ne rallenta la guarigione. Di certo, in alcuni momenti può servire per calmare il dolore, ma esattamente come gli antinfiammatori, che tolgono il dolore ma hanno degli effetti collaterali perché fanno venire mal di stomaco, mettersi a letto a volte dà solo un beneficio a breve termine perché calma i fastidi.  Se ho un forte dolore, esiste una posizione migliore di altre?  In realtà no, perché qualunque posizione a letto di norma dà sollievo per qualche minuto, ma poi non la si riesce più a sopportare. Questo perché la schiena vive bene in movimento, mentre stando ferma soffre in ogni caso. Quindi la prima cosa da fare anche in caso di mal di schiena acuto è variare spesso la posizione a letto. Gli elementi da usare sono dei cuscini, che si possono inserire sotto la testa, sotto le gambe o sotto la schiena per cercare di ottenere la posizione più confortevole, sia su un fianco che a pancia in giù o a pancia in su. Se semplicemente voglio prevenire il mal di schiena, in che posizione mi devo mettere a letto?  Pensare di cambiare la posizione naturale del sonno di ciascuno di noi è veramente assurdo. Prima di tutto perché nel sonno ci muoviamo spontaneamente e cambiamo spesso posizione, secondo perché non esiste proprio una posizione a letto migliore di altre. Tutte hanno i loro pregi e difetti: il problema principale è che gli "attrezzi" per dormire siano corretti per la posizione preferenziale che si adotta. Veniamo allora proprio a questo punto: il cuscino deve essere usato? Il materasso deve essere rigido?  Ognuna di queste risposte si basa su un po' di buon senso e sulla posizione preferenziale nel sonno di ciascuno di noi. Il concetto fondamentale è che la colonna deve restare possibilmente abbastanza allineata: il corpo non deve essere respinto da un materasso troppo rigido, né deve sprofondare in un letto con la rete sfondata. Quindi, il primo punto è un materasso di una buona consistenza ma che ceda leggermente sotto il nostro corpo, con una rete in ordine che invece non ceda. Il cuscino è un aiuto essenziale per il collo, quindi deve riempire gli spazi tra collo/testa e materasso. Non deve respingere la testa, portandola in flessione in avanti se è troppo alto e dormiamo a pancia in alto, o spingendola di lato se dormiamo sul fianco, ma non deve neanche consentire alla testa di cadere indietro o di fianco se è troppo basso. Quale consiglio per non avere mal di schiena durante la notte?  Controllare bene quello che si fa durante il giorno: le posture corrette, i movimenti corretti, e come sempre fare attività fisica con regolarità sotto una buona guida esperta. E se il dolore c'è già, rivolgersi ad un esperto di mal di schiena.

Il Sonno ha un Termostato

Il Sonno ha un Termostato

#sonno #dormire #salute

Per dormire bene il corpo deve raffreddarsi

Nel nostro cervello esiste una sorta di orologio: il nucleo soprachiasmatico; una delle sue funzioni più importanti è la regolazione del ritmo sonno-veglia; per svolgerla si avvale della mediazione delle variazioni di temperatura corporea.

Sembra di snocciolare un trito slogan ecologico quando si afferma che la società con la sua frenesia, le sue sregolatezze, una tecnologia esasperata ha alterato i nostri ritmi naturali. La scienza però fornisce conferme sempre più convincenti che questa preoccupazione è fondata. Uno degli aspetti della biopsicologia più studiati riguarda i disturbi del sonno. Quante ore dobbiamo dormire? Come deve essere il sonno per ristorarci? Quando è il momento di andare a letto? Sono tutte percezioni che abbiamo perso e che, di conseguenza, hanno portato ad un deterioramento della qualità della nostra vita. Hauri e Olmestead sulla rivista “Sleep” hanno pubblicato gli esiti di un’indagine in cui è stato rilevato che, mentre in chi dorme bene, la sensazione di addormentarsi pressoché coincide con la registrazione elettroencefalografica del sopravvenire del sonno, negli insonni questa sincronia è sfasata. Per qualcuno ciò può dipendere dalla necessità di accumulare una maggiore stanchezza. Di sicuro, questo è un problema che riguarda i depressi cronici; o, almeno è questa la spiegazione che danno due ricercatori, Borbely e Wirz-Justice su “Human Neurobiology”, commentando l’effetto che la privazione del sonno ha sui melanconici. Se per le persone che non soffrono di questo disturbo, non dormire provoca fiacchezza, irritabilità, rallentamento dei riflessi e dei processi mentali; in chi lamenta una depressione, si osserva un anomalo invigorimento. Secondo i due studiosi, i depressi hanno un processo “accumulo” della sonnolenza (detto “processo S”) più lento degli altri; stando svegli più a lungo, riescono quindi a godere poi di un profondo sonno ristoratore.E’ il nostro orologio biologico, situato nel nucleo soprachiasmatico, una struttura del cervello, a determinare l’alternarsi del ciclo circadiano di veglia-sonno. Questa regione non si limita a “dirci” quando dobbiamo andare a letto o a svegliarci al mattino, ma orchestra diverse funzioni biologiche: il rilascio dell’ormone della crescita, la funzionalità del sistema cardiovascolare, il livello del cortisolo (un ormone legato alla vigilanza), la tolleranza al dolore e altri. Il parametro più intensamente legato al ritmo circadiano è la variazione della temperatura corporea. Proprio l’abbassarsi e l’innalzarsi della temperatura si è scoperto essere determinanti nel cadenzare la fasi del sonno. Una ricerca condotta da Vandeheuvel e pubblicata sulla rivista “Journal of Sleep Research” ha posto il suggello su quanto abbozzato in precedenti studi: esiste una stretta relazione tra diminuzione della temperatura del corpo e esordio del sonno. Esaminando 14 maschi adulti, dopo un periodo di adattamento alle condizioni di laboratorio, si è constatato come il calore corporeo si abbassi notevolmente con l’inizio dell’addormentamento, mentre la temperatura aumenta nelle estremità. La sensazione di sonnolenza era comparsa nei soggetti circa un’ora prima di coricarsi. Anche il declino del calore del corpo comincia prima. Studiando dei soggetti in età matura, Campbell e Broughton hanno riferito sul “Chrnobiology International” che questi individui tendevano a prendere la decisione di andare a riposare circa 40 minuti prima di prender sonno; in corrispondenza con una brusca accelerazione del calo di temperatura. Sentire il bisogno di dormire corrisponde in chi non ha problemi di insonnia al momento in cui la temperatura prende a diminuire e quel momento di norma è piuttosto lontano dal momento della giornata in cui si è più attivi ed energici. Chi ha disturbi del sonno, hanno provato Morris e altri scienziati, invece va a letto quando ancora si trova in uno stato di completa vigilanza; è comprensibile, allora, che abbia necessità di più tempo per prendere sonno e lamenti risvegli frequenti o levate precoci. Secondo Morris, ciò è dovuto al fatto che questi individui hanno portato avanti le “lancette” del loro orologio interno, scombinando quindi tutti i ritmi normali. Un’ulteriore scoperta di alcuni ricercatori capitanati da Sasaki ha fornito altre conoscenze sul legame tra sonno e temperatura. Nel loro esperimento, l’interruzione del sonno provocava, alla sua ripresa, lo sviluppo di sogni; inoltre, il calore corporeo subiva un improvviso abbassamento e rimaneva basso per le due ore consecutive. Secondo questi studiosi, è proprio il calo della temperatura a fornire il substrato fisiologico perché si verifichi il sonno REM (quello in cui si sogna). In genere, il picco minimo della temperatura si produce a metà del tempo dedicato al sonno; circa 4 ore dopo l’addormentamento. Questo valore compare suppergiù 12 ore dal momento in cui il calore del corpo ha raggiunto il livello massimo. La riduzione della temperatura avviene in qualunque momento si vada a dormire; è quanto affermano su “Sleep” Gilberg e Akestrstedt; precisando che solo in due orari questo non accade: alle 7 di mattina e alle 19. Gli stessi studiosi hanno preso atto che, per contro, un aumento del calore è accompagnato dal risveglio. Finché la temperatura rimane bassa, il sonno viene mantenuto. Partendo da queste osservazioni, i due neurologi hanno stabilito che anche la durata del sonno è in relazione alle modificazioni termiche interne. Dumont, dell’Università di Montreal ha notato che le fluttuazioni della temperatura corporea subiscono una variazione in rapporto alle stagioni. D’estate si va a letto più tardi e ci si alza prima. Questo cambiamento riflette un analogo spostamento in avanti dell’orologio interno. In altre parole, il corpo si raffredda più tardi di notte e si scalda prima all’alba. Questo slittamento sembra sia dovuto al fatto che il “termometro”, che è sensibile sia alla luce solare che a quella artificiale, nel periodo estivo è stimolato dall’essere esposti ad un maggior numero di ore assolate, perché il sole sorge quasi un’ora e mezzo prima rispetto all’inverno. Si pensi anche al rapporto che tutto ciò può avere con l’introduzione dell’ora legale. Al di là delle abitudini, anche una predisposizione innata può influire su temperatura e sonno; si tratta della tendenza ad essere mattinieri, cioè ad essere lucidi e attivi al mattino, oppure nottambuli; in altre parole, inclini a caricarsi con passare delle ore. Kerkohof ha osservato che i mattinieri mostrano un più rapido calo della temperatura dopo il sonno, un addormentamento quasi immediato e una più lunga durata del sonno. Inoltre, chi è più energico al sorgere del sole mostra più sonnolenza la sera. L’appartenere all’una o all’altra categoria (ovviamente si tratta di maggior propensione per una delle due classi) può comportare dei problemi per chi lavora a turno. Iskra Golec, su “Ergonomics”, lo ha messo in evidenza, attestando, sulla base di numerose indagini, che il turnista ideale non ha una netta predilezione per la mattina o per il crepuscolo; anzi, manifesta una notevole flessibilità riguardo il momento di andare a letto ed è capace di far fronte alla sonnolenza in modo efficace. C’è anche chi da l’impressione di essere sempre assonnato e intorpidito sia alla prime luci del giorno sia a tarda sera. Verrebbe da pensare che questi individui siano sempre in debito di sonno o che abbiano un orologio molto sfasato. Harrison e Horne, con una ricerca pubblicata su “Neurophysiologie”, hanno sfatato questa credenza. Chi appare sonnolento, il più delle volte, dimostra invece di avere un buon sonno e non lamenta sonnolenza diurna. Oltretutto, sembra che costoro abbiano la facoltà di rilassarsi e ritemprarsi con sonnellini pomeridiani di breve durata


 Foto: Il Sonno ha un Termostato  #sonno #dormire #salute  Per dormire bene il corpo deve raffreddarsi  Nel nostro cervello esiste una sorta di orologio: il nucleo soprachiasmatico; una delle sue funzioni più importanti è la regolazione del ritmo sonno-veglia; per svolgerla si avvale della mediazione delle variazioni di temperatura corporea.  Sembra di snocciolare un trito slogan ecologico quando si afferma che la società con la sua frenesia, le sue sregolatezze, una tecnologia esasperata ha alterato i nostri ritmi naturali. La scienza però fornisce conferme sempre più convincenti che questa preoccupazione è fondata. Uno degli aspetti della biopsicologia più studiati riguarda i disturbi del sonno. Quante ore dobbiamo dormire? Come deve essere il sonno per ristorarci? Quando è il momento di andare a letto? Sono tutte percezioni che abbiamo perso e che, di conseguenza, hanno portato ad un deterioramento della qualità della nostra vita. Hauri e Olmestead sulla rivista “Sleep” hanno pubblicato gli esiti di un’indagine in cui è stato rilevato che, mentre in chi dorme bene, la sensazione di addormentarsi pressoché coincide con la registrazione elettroencefalografica del sopravvenire del sonno, negli insonni questa sincronia è sfasata. Per qualcuno ciò può dipendere dalla necessità di accumulare una maggiore stanchezza. Di sicuro, questo è un problema che riguarda i depressi cronici; o, almeno è questa la spiegazione che danno due ricercatori, Borbely e Wirz-Justice su “Human Neurobiology”, commentando l’effetto che la privazione del sonno ha sui melanconici. Se per le persone che non soffrono di questo disturbo, non dormire provoca fiacchezza, irritabilità, rallentamento dei riflessi e dei processi mentali; in chi lamenta una depressione, si osserva un anomalo invigorimento. Secondo i due studiosi, i depressi hanno un processo “accumulo” della sonnolenza (detto “processo S”) più lento degli altri; stando svegli più a lungo, riescono quindi a godere poi di un profondo sonno ristoratore.E’ il nostro orologio biologico, situato nel nucleo soprachiasmatico, una struttura del cervello, a determinare l’alternarsi del ciclo circadiano di veglia-sonno. Questa regione non si limita a “dirci” quando dobbiamo andare a letto o a svegliarci al mattino, ma orchestra diverse funzioni biologiche: il rilascio dell’ormone della crescita, la funzionalità del sistema cardiovascolare, il livello del cortisolo (un ormone legato alla vigilanza), la tolleranza al dolore e altri. Il parametro più intensamente legato al ritmo circadiano è la variazione della temperatura corporea. Proprio l’abbassarsi e l’innalzarsi della temperatura si è scoperto essere determinanti nel cadenzare la fasi del sonno. Una ricerca condotta da Vandeheuvel e pubblicata sulla rivista “Journal of Sleep Research” ha posto il suggello su quanto abbozzato in precedenti studi: esiste una stretta relazione tra diminuzione della temperatura del corpo e esordio del sonno. Esaminando 14 maschi adulti, dopo un periodo di adattamento alle condizioni di laboratorio, si è constatato come il calore corporeo si abbassi notevolmente con l’inizio dell’addormentamento, mentre la temperatura aumenta nelle estremità. La sensazione di sonnolenza era comparsa nei soggetti circa un’ora prima di coricarsi. Anche il declino del calore del corpo comincia prima. Studiando dei soggetti in età matura, Campbell e Broughton hanno riferito sul “Chrnobiology International” che questi individui tendevano a prendere la decisione di andare a riposare circa 40 minuti prima di prender sonno; in corrispondenza con una brusca accelerazione del calo di temperatura. Sentire il bisogno di dormire corrisponde in chi non ha problemi di insonnia al momento in cui la temperatura prende a diminuire e quel momento di norma è piuttosto lontano dal momento della giornata in cui si è più attivi ed energici. Chi ha disturbi del sonno, hanno provato Morris e altri scienziati, invece va a letto quando ancora si trova in uno stato di completa vigilanza; è comprensibile, allora, che abbia necessità di più tempo per prendere sonno e lamenti risvegli frequenti o levate precoci. Secondo Morris, ciò è dovuto al fatto che questi individui hanno portato avanti le “lancette” del loro orologio interno, scombinando quindi tutti i ritmi normali. Un’ulteriore scoperta di alcuni ricercatori capitanati da Sasaki ha fornito altre conoscenze sul legame tra sonno e temperatura. Nel loro esperimento, l’interruzione del sonno provocava, alla sua ripresa, lo sviluppo di sogni; inoltre, il calore corporeo subiva un improvviso abbassamento e rimaneva basso per le due ore consecutive. Secondo questi studiosi, è proprio il calo della temperatura a fornire il substrato fisiologico perché si verifichi il sonno REM (quello in cui si sogna). In genere, il picco minimo della temperatura si produce a metà del tempo dedicato al sonno; circa 4 ore dopo l’addormentamento. Questo valore compare suppergiù 12 ore dal momento in cui il calore del corpo ha raggiunto il livello massimo. La riduzione della temperatura avviene in qualunque momento si vada a dormire; è quanto affermano su “Sleep” Gilberg e Akestrstedt; precisando che solo in due orari questo non accade: alle 7 di mattina e alle 19. Gli stessi studiosi hanno preso atto che, per contro, un aumento del calore è accompagnato dal risveglio. Finché la temperatura rimane bassa, il sonno viene mantenuto. Partendo da queste osservazioni, i due neurologi hanno stabilito che anche la durata del sonno è in relazione alle modificazioni termiche interne. Dumont, dell’Università di Montreal ha notato che le fluttuazioni della temperatura corporea subiscono una variazione in rapporto alle stagioni. D’estate si va a letto più tardi e ci si alza prima. Questo cambiamento riflette un analogo spostamento in avanti dell’orologio interno. In altre parole, il corpo si raffredda più tardi di notte e si scalda prima all’alba. Questo slittamento sembra sia dovuto al fatto che il “termometro”, che è sensibile sia alla luce solare che a quella artificiale,  nel periodo estivo è stimolato dall’essere esposti ad un maggior numero di ore assolate, perché il sole sorge quasi un’ora e mezzo prima rispetto all’inverno. Si pensi anche al rapporto che tutto ciò può avere con l’introduzione dell’ora legale. Al di là delle abitudini, anche una predisposizione innata può influire su temperatura e sonno; si tratta della tendenza ad essere mattinieri, cioè ad essere lucidi e attivi al mattino, oppure nottambuli; in altre parole, inclini a caricarsi con passare delle ore. Kerkohof ha osservato che i mattinieri mostrano un più rapido calo della temperatura dopo il sonno, un addormentamento quasi immediato e una più lunga durata del sonno. Inoltre, chi è più energico al sorgere del sole mostra più sonnolenza la sera. L’appartenere all’una o all’altra categoria (ovviamente si tratta di maggior propensione per una delle due classi) può comportare dei problemi per chi lavora a turno. Iskra Golec, su “Ergonomics”, lo ha messo in evidenza, attestando, sulla base di numerose indagini, che il turnista ideale non ha una netta predilezione per la mattina o per il crepuscolo; anzi, manifesta una notevole flessibilità riguardo il momento di andare a letto ed è capace di far fronte alla sonnolenza in modo efficace. C’è anche chi da l’impressione di essere sempre assonnato e intorpidito sia alla prime luci del giorno sia a tarda sera. Verrebbe da pensare che questi individui siano sempre in debito di sonno o che abbiano un orologio molto sfasato. Harrison e Horne, con una ricerca pubblicata su “Neurophysiologie”, hanno sfatato questa credenza. Chi appare sonnolento, il più delle volte, dimostra invece di avere un buon sonno e non lamenta sonnolenza diurna. Oltretutto, sembra che costoro abbiano la facoltà di rilassarsi e ritemprarsi con sonnellini pomeridiani di breve durata

Contro l'artrosi largo a latte e formaggi

Contro l'artrosi
largo a latte
e formaggi

L'effetto è però valido solo nel caso delle donne

#artrosi

La progressione dell'artrosi può essere contrastata con un'alimentazione ricca di latte e formaggi privi o a basso contenuto di grassi. A sostenerlo sono gli autori di una ricerca pubblicata su Arthritis Care & Research, secondo cui questo beneficio sarebbe però valido solo nel caso delle donne. Lo studio, infatti, ha coinvolto pazienti di entrambi i sessi, ma l'associazione tra consumo di latte e formaggi e artrosi del ginocchio è parsa evidente solo nel caso femminile. Non solo, secondo gli autori non è possibile associare questi benefici ad un altro latticino molto consumato: lo yogurt.



La ricerca ha previsto di analizzare le abitudini alimentari degli oltre 2 mila pazienti coinvolti e di valutare la progressione della loro artrosi attraverso radiografie condotte all'inizio dello studio e dopo 12, 24, 36 e 48 mesi. E' stato così scoperto che mentre nelle donne che bevono meno di 3 bicchieri di latte alla settimana lo spazio articolare si riduce in media di 0,38 mm, aumentando il consumo di questa bevanda è possibile contenere questa riduzione. In particolare, il consumo settimanale di una quantità di latte compresa tra 4 e 6 bicchieri è associata a un assottigliamento dello spazio articolare più contenuto, pari a una media di 0,29 mm. Bevendone 1 bicchiere al giorno l'effetto protettivo è ancora maggiore e lo spazio articolare si riduce in media di soli 0,26 mm.



“La nostra ricerca è il più ampio studio ad aver analizzato l'impatto dell'assunzione di alimenti nella progressione dell'artrosi del ginocchio – sottolinea Bing Lu, primo nome dello studio – I nostri risultati indicano che le donne che bevono spesso latte possono contrastare la progressione dell'artrosi”. Altri esperti concordano con queste conclusioni. In un editoriale di accompagnamento allo studio Shivani Sahni e Robert McLean, entrambi in servizio presso l'Hebrew SeniorLife Institute for Aging Research di Boston, sottolineano infatti che “lo studio di Lu e colleghi fornisce la prima prova che aumentare il consumo di latte senza grassi o a basso contenuto di grassi può rallentare la progressione dell'artrosi fra le donne che sono particolarmente colpite dall'artrosi del ginocchio, che può portare a disabilità funzionali”. Da parte sua Lu sottolinea l'importanza di condurre altri studi per verificare le potenzialità del consumo di latte da parte di chi soffre di artrosi.


 Foto: Contro l'artrosi largo a latte e formaggi L'effetto è però valido solo nel caso delle donne  #artrosi   La progressione dell'artrosi  può essere contrastata con un'alimentazione ricca di latte e formaggi privi o a basso contenuto di grassi. A sostenerlo sono gli autori di una ricerca pubblicata su Arthritis Care & Research, secondo cui questo beneficio sarebbe però valido solo nel caso delle donne. Lo studio, infatti, ha coinvolto pazienti di entrambi i sessi, ma l'associazione tra consumo di latte e formaggi e artrosi del ginocchio è parsa evidente solo nel caso femminile. Non solo, secondo gli autori non è possibile associare questi benefici ad un altro latticino molto consumato: lo yogurt.     La ricerca ha previsto di analizzare le abitudini alimentari degli oltre 2 mila pazienti coinvolti e di valutare la progressione della loro artrosi attraverso radiografie condotte all'inizio dello studio e dopo 12, 24, 36 e 48 mesi. E' stato così scoperto che mentre nelle donne che bevono meno di 3 bicchieri di latte alla settimana lo spazio articolare si riduce in media di 0,38 mm, aumentando il consumo di questa bevanda è possibile contenere questa riduzione. In particolare, il consumo settimanale di una quantità di latte compresa tra 4 e 6 bicchieri è associata a un assottigliamento dello spazio articolare più contenuto, pari a una media di 0,29 mm. Bevendone 1 bicchiere al giorno l'effetto protettivo è ancora maggiore e lo spazio articolare si riduce in media di soli 0,26 mm.     “La nostra ricerca è il più ampio studio ad aver analizzato l'impatto dell'assunzione di alimenti nella progressione dell'artrosi del ginocchio – sottolinea Bing Lu, primo nome dello studio – I nostri risultati indicano che le donne che bevono spesso latte possono contrastare la progressione dell'artrosi”. Altri esperti concordano con queste conclusioni. In un editoriale di accompagnamento allo studio Shivani Sahni e Robert McLean, entrambi in servizio presso l'Hebrew SeniorLife Institute for Aging Research di Boston, sottolineano infatti che “lo studio di Lu e colleghi fornisce la prima prova che aumentare il consumo di latte senza grassi o a basso contenuto di grassi può rallentare la progressione dell'artrosi fra le donne che sono particolarmente colpite dall'artrosi del ginocchio, che può portare a disabilità funzionali”. Da parte sua Lu sottolinea l'importanza di condurre altri studi per verificare le potenzialità del consumo di latte da parte di chi soffre di artrosi.

Cioccolato e caffè: buoni sì, ma non per il sonno

Cioccolato e caffè:
buoni sì, ma non
per il sonno

Meglio non consumarli a ridosso della cena: possono interferire con il sonno

#cioccolato #caffè #sonno

Saranno anche molto gustosi ma non conciliano il sonno e quindi, se proprio si ha la passione per caffè e cioccolato, è meglio limitare il loro consumo alla prima parte della giornata, e quindi alla mattina o al primo pomeriggio, evitandoli soprattutto a partire dall’ora di cena. Il consiglio è valido per tutti ma in particolare per coloro che hanno qualche problema ad addormentarsi o a mantenere un sonno continuativo per tutta la notte: è quanto sostengono gli esperti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano che hanno valutato le abitudini alimentari di un campione di 8.500 italiani per capire se vi è un utilizzo differente degli alimenti "eccitanti" nelle diverse fasce d’età (18-59 anni e età maggiore di 60), tra uomini e donne e tra persone che hanno un diverso indice di massa corporea (se risultano, cioè, sottopeso, normopeso, sovrappeso o obese).



Dallo studio emerge, in particolare, che gli intervistati consumano quotidianamente caffè e mediamente il consumo è maggiore di una tazzina al giorno, sia nelle donne che negli uomini, senza nessuna differenza nelle diverse fasce d’età (18-59 anni e età maggiore di 60). Anche il cioccolato è molto consumato nella popolazione adulta, mediamente 2,5 porzioni alla settimana in entrambi i sessi, in tutte le fasce di età, senza una differenza di consumo in base al BMI, cioè l’indice di massa corporea (sottopeso con BMI minore di 18,5 o obesi con BMI maggiore o uguale di 30). Un dato interessante, invece, riguarda l’utilizzo di tè. Il consumo nelle persone sottopeso (mediamente 4,3 tazze a settimana) è significativamente maggiore rispetto all’utilizzo di tè negli obesi (circa 3,7 tazze a settimana).



Gli esperti dell’Osservatorio hanno poi valutato il consumo di latte e yogurt negli intervistati proprio perché il latte e i latticini contengono un aminoacido essenziale in grado di elevare i livelli di serotonina e melatonina, il triptofano, uno pseudo-ormone prodotto dal cervello in grado di modulare il ritmo sonno-veglia. E dalle interviste è emerso che mediamente ne viene consumata meno di una porzione al giorno, quantità assai inferiore a quella consigliata dai livelli di assunzione raccomandati per la nostra popolazione.



Per conciliare il più possibile il sonno “va limitato il consumo di sostanze eccitanti specie nelle ore serali – spiega Michela Barichella, medico responsabile della Struttura di Dietetica e Nutrizione Clinica ICP Milano e membro dell’Osservatorio Nutrizionale – e preferire una cena leggera da consumare tre ore prima di addormentarsi, evitando cibi fritti e alimenti troppo grassi”. Tra i rimedi naturali, “si consiglia una tazza di latte tiepido da bere prima di andare a dormire. Il latte contiene alti livelli di triptofano, un aminoacido che favorisce la produzione, nel nostro cervello, di sedativi naturali”.


 Foto: Cioccolato e caffè: buoni sì, ma non per il sonno Meglio non consumarli a ridosso della cena: possono interferire con il sonno  #cioccolato #caffè #sonno   Saranno anche molto gustosi ma non conciliano il sonno e quindi, se proprio si ha la passione per caffè e cioccolato, è meglio limitare il loro consumo alla prima parte della giornata, e quindi alla mattina o al primo pomeriggio, evitandoli soprattutto a partire dall’ora di cena. Il consiglio è valido per tutti ma in particolare per coloro che hanno qualche problema ad addormentarsi o a mantenere un sonno continuativo per tutta la notte: è quanto sostengono gli esperti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano che hanno valutato le abitudini alimentari di un campione di 8.500 italiani per capire se vi è un utilizzo differente degli alimenti "eccitanti" nelle diverse fasce d’età (18-59 anni e età maggiore di 60), tra uomini e donne e tra persone che hanno un diverso indice di massa corporea (se risultano, cioè, sottopeso, normopeso, sovrappeso o obese).      Dallo studio emerge, in particolare, che gli intervistati consumano quotidianamente caffè e mediamente il consumo è maggiore di una tazzina al giorno, sia nelle donne che negli uomini, senza nessuna differenza nelle diverse fasce d’età (18-59 anni e età maggiore di 60). Anche il cioccolato è molto consumato nella popolazione adulta, mediamente 2,5 porzioni alla settimana in entrambi i sessi, in tutte le fasce di età, senza una differenza di consumo in base al BMI, cioè l’indice di massa corporea (sottopeso con BMI minore di 18,5 o obesi con BMI maggiore o uguale di 30). Un dato interessante, invece, riguarda l’utilizzo di tè. Il consumo nelle persone sottopeso (mediamente 4,3 tazze a settimana) è significativamente maggiore rispetto all’utilizzo di tè negli obesi (circa 3,7 tazze a settimana).     Gli esperti dell’Osservatorio hanno poi valutato il consumo di latte e yogurt negli intervistati proprio perché il latte e i latticini contengono un aminoacido essenziale in grado di elevare i livelli di serotonina e melatonina, il triptofano, uno pseudo-ormone prodotto dal cervello in grado di modulare il ritmo sonno-veglia. E dalle interviste è emerso che mediamente ne viene consumata meno di una porzione al giorno, quantità assai inferiore a quella consigliata dai livelli di assunzione raccomandati per la nostra popolazione.     Per conciliare il più possibile il sonno “va limitato il consumo di sostanze eccitanti specie nelle ore serali – spiega Michela Barichella, medico responsabile della Struttura di Dietetica e Nutrizione Clinica ICP Milano e membro dell’Osservatorio Nutrizionale – e preferire una cena leggera da consumare tre ore prima di addormentarsi, evitando cibi fritti e alimenti troppo grassi”. Tra i rimedi naturali, “si consiglia una tazza di latte tiepido da bere prima di andare a dormire. Il latte contiene alti livelli di triptofano, un aminoacido che favorisce la produzione, nel nostro cervello, di sedativi naturali”.